Un anno fa, esattamente il 12 Ottobre, erano dieci anni dalla notte in cui Matthew Shepard, giovane ragazzo americano, veniva derubato, picchiato, legato a una staccionata e lasciato lì a morire da due uomini, a cui aveva chiesto un passaggio, solo perché gay.
Sua madre ora scrive una sua memoria “The Meaning of Matthew, My son’s murder in Laramia and a World Transformed“ per far sì che nessuno dimentichi nemmeno per un momento quell’orribile atto di omofobia.
Da quando suo figlio è morto la signora Shepard e suo marito Dennis si sono impegnati nella lotta per i diritti delle persone omosessuali, fondando anche una associazione dedicata al loro figlio, la Matthew Shepard Foundation, ma sempre mantenendo discrezione e dignità, senza soffermarsi su ricordi troppo dolorosi.

Però ora la Shepard desidera che tutti sappiano la storia di suo figlio, che appena ventenne è stato vittima dell’intolleranza, paura e ostacolo che ha dovuto affrontare durante tutta la vita, a differenza dei suoi coetanei e della sua stessa famiglia.
Quello che la madre di Matthew vuole condividere con i lettori in questo libro, non sono dunque le emozioni, ma i dettagli intimi del rapporto con suo figlio, anche gli aneddoti più insignificanti, perché sono le cose piccole che a volte diventano le più importanti.

Nel libro, Judy Shepard tenta di trovare un senso, nell’omicidio di suo figlio. Come se fosse stato destino, come se dietro tutto vi fosse un potere superiore a muovere le pedine di quest’orribile gioco.
Nel libro racconta:
“Matthew è stato ricoverato in ospedale insieme con uno dei suoi aggressori Aaron Mckinney, ferito alla testa a sua volta, immediatamente subito dopo che Matt era stato legato alla recinzione. Matt non era il solo paziente nella camera d’emergenza quando arrivo in ospedale in quella notte di Mercoledì. Non era l’unico paziente con trauma cranico. C’era anche lì Aaron Mckiney, ed entrambi erano in cura del dottor Cantway, che fino a quel momento non aveva mai visto una persona con tutte quelle ferite in testa.
Dopo un’ora Matt è stato ricoverato, il dottor Cantway aveva stabilito che l’ospedale di Laramie non era attrezzato per far fronte al caso di Matt e di Mckinny, cosi sono stati mandati entrambi in ambulanze separate a Fort Collins, dove sono stati trattati dallo stesso neurochirurgo.
Ho avuto molte discussioni con mio marito Dennis e mio figlio Logan, cosi come anche con ufficiali di polizia investigatori dal giorno della morte di Matt.
L’agente di polizia mi ha raccontato com’era stato trovato Matt la prima volta e da qui ho supposto la presenza di un potere soprannaturale, è ciò mi fa credere che fosse destino che Matt dovesse morire, ma non in quella maniera. Appena avvistato, Matt legato alla recinzione, non era solo ma affianco a lui, sdraiato per terra, c’era un cervo, che era rimasto lì tutta la notte per tenergli compagnia. Appena il cervo si è accorto dell’arrivo dei soccorsi è scomparso nel bosco. Matthew che aveva passato lì tutta la notte aveva perso i sensi. Secondo me quel cervo era Dio ed è stato al suo fianco fino alla fine”.

Dopo la tremenda morte subita da Matthew così giovane la parola omofobia ha iniziato a diffondersi, è diventata qualcosa contro cui lottare ed è entrata nei vocabolari delle amministrazioni governative: molte hanno adottato piani legislativi per combatterla. Ma altre, come ben sappiamo, ancora no.